» " Noi abbiamo chiuso con il passato. E' il passato che non ha chiuso con noi. "

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Magnolia (Usa, 1999)

L’anziano Earl Partridge (Jason Robards) sta morendo di cancro ai polmoni. In bilico tra la lucidità e il delirio esprime il desiderio di poter rivedere, almeno un ultima volta, il figlio Frank (Tom Cruise), che è un predicatore televisivo. Il Frank che appare sui teleschermi è il prototipo del ‘cattivo ragazzo’: sua l’idea del programma ‘Seduci e Distruggi’, un metodo per conquistare il gentil sesso, anche se tutto improntato ad una visione utilitaristica e di puro edonismo.
Phil (Philip Seymour Hoffman), l’infermiere di Earl, prende molto sul serio la richiesta del morente e subito si attiva per cercare di raggiungere in qualche modo Frank.
La moglie di Partridge, Linda (Julianne Moore), dopo essersi sposata per il solo interesse, sente di essere invece innamorata del marito ormai in fin di vita. Turbata e sconvolta dagli psicofarmaci che assume in gran quantità, corre impazzita da un capo all’altro della città, nel panico tentativo di correggere i molti errori del passato.
La situazione di Earl arriva all’orecchio di Jimmy Gator (Philip Baker Hall), popolarissimo conduttore del quiz televisivo ‘What do kids know?’. Ormai affermato come uomo integerrimo ed esempio per le future generazioni di anchor-man, Jimmy scopre di avere un male incurabile e capisce che ha poco tempo per mettere a tacere i propri rimorsi, il principale dei quali sembra essere il rapporto guasto con la figlia Claudia (Melora Walters) . Quest’ultima, lasciata la casa dei genitori, vive da sola e fa uso regolare di stupefacenti. Il volume della musica troppo alto, costringe i vicini a chiamare la polizia. Alla sua porta busserà l’agente Jim (John C. Reilly), uomo di buon cuore, motivato nella sua missione di offrire la sua vita per la sicurezza altrui ed in cerca di una compagna con cui trascorrere la vita.
Durante il sopralluogo del poliziotto tra i due scatterà una scintilla.
Nel frattempo la puntata commemorativa delle 20.000 ore di diretta di Gator sta per andare in onda, avendo come protagonista il piccolo Stanley (Jeremy Blackman). Un bambino geniale, dalla vastissima cultura, spinto ad una competitività estrema dal padre, che vede in lui la propria personale rivalsa sui torti della vita. Stanley, sfinito dalla tensione, si ribellerà.
In questa situazione si rispecchierà Donnie (William H. Macy), che da giovane è stato uno dei piccoli campioni del programma di Jimmy e che adesso tutti hanno dimenticato. Donnie passa le sue giornate al bar, conducendo una vita tutto sommato molto sconclusionata sia sul lavoro che nel campo del personale.
Magnolia è davvero un imponente affresco. Una specie di parabola sull’amore e sull’odio, ma soprattutto sulla causalità: ogni cosa che fai o che subisci, prima o poi ti si presenterà davanti e in qualche maniera dovrai farci i conti. Il caso non esiste in questo microcosmo creato dal giovane Paul Thomas Anderson, che ha sia diretto che sceneggiato questo film definito ‘bellissimo, imperfettissimo’.
Queste schegge di vita, ciascuna segnata da un eccesso, vorticano intorno alla spettatore creando un effetto caleidoscopico veramente coinvolgente. Sono pezzi, frammenti di vite, messe davanti ad una svolta che ineluttabilmente le intreccerà, talvolta in maniera diretta, altre volte per la pura vicinanza materiale degli eventi. Se questo contribuirà a creare uno scioglimento o se altresì ingarbuglierà ancor di più la matassa indistricabile del fato, sta al singolo deciderlo. Sta di fatto che il fato c’è. E’ una presenza viva e palpitante ed Anderson ribadisce la sua fede in questa sorta di trascendenza, sin dal principio del film (‘…Opinione di questo umile narratore è che in casi come questo non si possa parlare di caso…’).
Per aiutarsi a seguire questi spezzati di vita altrui, scanditi da momenti di sofferenza che paiono interminabile, o da ondate di gioia che buca lo schermo, il regista fa appello ad una conoscenza e ad un amore per il cinema che raramente hanno uguali. Lo si capisce ad ogni fotogramma, mai scontato, mai banale o ripetitivo. Gioca con la macchina da presa, Anderson, spostando il baricentro dell’immagine e stupendo lo spettatore con scambi veloci. Complice della buon riuscita di questo complicato ingranaggio sicuramente la colonna sonora firmata quasi interamente da Aimee Mann. Un disco che, più che consigliato, è obbligatorio almeno ascoltare.
Indicativo il fatto che Anderson chiuda la sua opera con una pioggia di rane morte dal cielo, come se in questo presagio d’Apocalisse, volesse sottintendere che lo scuotimento dal torpore dell’odio e del rimpianto è possibile solo alla resa dei conti ultima. Un finale cinico, si direbbe. Eppure Anderson ci stupisce di nuovo, con le parole di Jim: ‘Ho amore da offrire. Che cosa possiamo perdonare? E’ la parte più difficile.’. E infine le luci si riaccendo sul volto di Claudia, raggiante ed innamorata. In culo all’Apocalisse.

 

† giovedì, 14 giugno 2007 ~ link ~ commenti

» " L'arte senza il popolo è un pippone a due mani. "

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Mio fratello è figlio unico (Italia, 2007)



Abbandonando il seminario per una crisi di coscienza, il bambino Accio (Elio Germano) decide di tornare a casa. Siamo nei primi anni Sessanta. La famiglia di Antonio ‘Accio’ è indigente: da anni vive in un grande palazzone che ormai cade a pezzi all’estrema periferia di Latina. La madre (Angela Finocchiaro), il padre (Massimo Popolizio), la sorella e il fratello maggiore, Manrico (Riccardo Scamarcio).
Fin da subito si avvertono le preferenze di entrambi i genitori per gli altri figli e di conseguenza il rapporto piuttosto teso tra un agitatissimo Accio ed i familiari, in particolare il fratello Manrico.
Questo, unito all’amicizia con un militante dell’MSI (Luca Zingaretti), invoglieranno Antonio a tesserarsi al partito, schierandosi in netta opposizione al parere della famiglia e – nuovamente – soprattutto a Manrico che dirige gli operai del suo stabilimento in scioperi e proteste.
Ispirandosi al libro ‘Il fasciocomunista’ di Antonio Pennacchi, Daniele Luchetti dirige un film simpatico e brillante che non manca di regalare allo spettatore quadri delicati ed assieme molto burrascosi che nel complesso racchiudono e descrivono piuttosto bene il decennio ’60-’70.
Al regista va in primo luogo riconosciuto il merito di non aver centrato l’argomento sulla politica, ma piuttosto sulla complessità del rapporto umano, specie in una situazione così complessa. E’ pur vero che il film non è scevro da una certa piega sinistroide, pur rimanendo molto ‘politically correct’. Da una parte ci viene mostrato l’ottuso rammarico dell’MSI verso il fascismo, tratteggiato come un movimento eroico, intraprendente e spiccatamente popolare. Da qui una serie di dogmi e di slogan ripetitivi, traditi nella propria essenza dalla vita e dalle azioni stesse dei suoi militanti. Dall’altra amaramente divertente il contorno di una sinistra ribelle e scanzonata, che crede nel governo del popolo, cercando al tempo stesso leader qualsiasi e scadendo in contraddizioni ed ingenuità a dir poco ridicole (uno su tutti il rifacimento dell’Inno alla Gioia, ‘defascistizzato’ come dirà Manrico stesso).
Ma soprattutto, come detto poco sopra, è bellissimo poter assistere al rapporto tra questi due fratelli, lontanissimi eppure legati da una specie di vincolo che come un magnetismo li riporta sempre insieme. Un legame che c’è. E’ scritto nella terra e nel tempo ed è fatto di silenzi, spesso di incomprensioni, soprattutto di botte come nel caso di Antonio e Manrico.
Un film poetico, forse esagerato, sì, ma toccante. Bello.

Mio fratello è figlio unico

‘Mio fratello è figlio unico
perché non ha mai trovato il
coraggio di operarsi al fegato
e non ha mai pagato per fare l'amore
e non ha mai vinto un premio aziendale
e non ha mai viaggiato in seconda classe
sul rapido Taranto-Ancona
e non ha mai criticato un film
senza prima, prima vederlo.
Mio fratello è figlio unico
perché è convinto che Chinaglia
non può passare al Frosinone,
perché è convinto che
nell'amaro benedettino
non sta il segreto della felicità,
perché è convinto che
anche chi non legge Freud
può vivere cent'anni,
perché è convinto che esistono ancora
gli sfruttati, i malpagati e i frustrati.
Mio fratello è figlio unico sfruttato,
represso, calpestato, odiato
e ti amo Mario.
Mio fratello è figlio unico deriso,
frustrato, picchiato, derubato
e ti amo Mario.
Mio fratello è figlio unico dimagrito,
declassato, sottomesso, disgregato
e ti amo Mario.
Mio fratello è figlio unico frustato,
frustrato, derubato, sottomesso
e ti amo Mario.
Mio fratello è figlio unico deriso,
declassato, frustrato, dimagrito
e ti amo Mario.
Mio fratello è figlio unico malpagato,
derubato, deriso, disgregato
e ti amo Mario.’


Rino Gaetano

† sabato, 05 maggio 2007 ~ link ~ commenti

» " L'uomo che lavora è un fesso! "

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Bronx (Usa, 1993)

Calogero Anello (Lillo Brancato) è un italoamericano che vive nella New York del 1968. Il quartiere è ovviamente il Bronx. Calogero, detto ‘C’, cresce sul marciapiede e fin dall’infanzia è diviso tra due figure: il padre (Robert De Niro), un onesto guidatore di autobus e Sonny (Chazz Palminteri) un boss che frequenta il bar all’angolo.
Esordio alla regia per De Niro (fischiatissimo negli USA per ‘The good shepherd’, ancora non arrivato nelle sale italiane) che firma una pellicola fortemente ispirata a Scorsese, Bronx è un film che convince e colpisce nonostante la varietà dei temi trattati e la nota ambigua da mafia-movie che può allontanare spettatori che non amano il genere. Inviterei proprio questi ultimi a guardarlo perché Bronx, nonostante i richiami a ‘Goodfellas’ siano forti, è soprattutto un film sulla condotta nella vita e forse anche sulla vita stessa, intesa come destino. Nonostante il finale moralistico che sa tanto – troppo – del ‘no pain, no gain’ a stelle e strisce, il tema o anzi i temi proposti sono trattati con cura.
La contrapposizione tra onestà e disonestà, che fa da cardine alla trama, permettendo a vari altri argomenti di allacciarvisi, è imperniata sulle due figure che si prefigurano come modelli educati del nostro Calogero: da un parte Sonny (per altro interpretato meravigliosamente da Palminteri), al di sopra di tutto e di tutti, la tipica persona che entra senza fare la fila, che non paga, che non chiede ma riceve semplicemente. E dall’altra un Robert De Niro nei panni dell’onesto lavoratore, che ogni giorno si alza all’alba per dar da mangiare alla famiglia, affrontando tutti i problemi che una vita umile porta con sé eppure non piegandosi mai alle generose offerte che gli vengono fatte dai malavitosi in cambio di un po’ di collaborazione.
Certo, non un capolavoro Bronx, ma pur sempre un film che fa pensare e coinvolge più o meno delicatamente lo spettatore.
E voi che avreste scelto?

† giovedì, 22 marzo 2007 ~ link ~ commenti

» " Gli autobus hanno i vetri per far sentire di merda chi non può permettersi una macchina. "

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Crash (Usa, Germania, 2004)

Un fabbro latinoamericano. Un regista televisivo di colore e la moglie. Una casalinga e il marito procuratore. Due ladri di auto. Una recluta della polizia. Due detective. Un iraniano proprietario di un mini-market. Una coppia coreana di mezza età. Tutti vivono nella Los Angeles dei giorni nostri. La ‘città degli angeli’ (scelta non a caso) che ci presenta il già premiato Paul Haggis, sceneggiatore del film di EastwoodMillion Dollar Baby’.
Questi i protagonisti di ‘Crash’, un film che si è portato a casa 3 statuette (miglior film, miglior sceneggiatura, miglior montaggio) pur ribattendo su un tema ormai molto inflazionato, specie negli States: la diversità, sia essa razziale, sociale, sessuale o quant’altro.
Ad Haggis va riconosciuto il merito di aver saputo girare questo film con un occhio attento, delicato ed indagatore ma non giudice. Il che, se può sembrare cosa da poco, costituisce un ostacolo spesso insormontabile per film che trattano un argomento così delicato. Niente da dire sul cast, tutto evidentemente coinvolto e convincente, pronto a regalare 113’ che spesso vanno giù a fatica, tanto sono amari e difficili da penetrare. Con questo non voglio dire che questa pellicola sia ermetica, ma mi riferisco piuttosto alla materia di cui è composta.
Sempre di più il ‘diverso’ è diventato un problema. Haggis sembra volerci far riflettere sull’incapacità di accettare la diversità e sebbene in un primo momento la trama sembra ripiegare sull’amara constatazione della cattiveria del genere umano, ad una più profonda analisi sembra invece voler proporre una teoria più sottile: l’uomo non è tanto un generatore di odio, quanto un suo catalizzatore. La diversità complica la convivenza con un delicato intreccio di usi, modi, ideali e pensieri che spesso collidono con quelli dei propri vicini. Le correnti di odio che si generano dalla mancanza di serena accettazione in virtù di una pacifico vivere comune vengono incanalate dall’uomo che – e questa non è certo una novità – è schiavo delle passioni e dei sentimenti che da sempre lo scuotono e dirigono la razza umana verso una direzione piuttosto che un’altra.
E’ perciò, o almeno a me sembra, questo flusso di odio, questa corrente che (e qui c’è una contraddizione) comunque nasce nell’uomo, ad essere dall’uomo stesso ingrandita, rendendoci creature lontane ed inavvicinabili. Ma, come ci ricorda il sottotitolo del film (che credo sia l’ennesima invenzione dei nostri traduttori), ‘Quando si viaggia alla velocità della vita, scontrarsi è inevitabile.’.

 

† mercoledì, 21 marzo 2007 ~ link ~ commenti

» " Sii fiero dell'America. Abbiamo il miglior governo che i soldi possono comprare. "

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Thank you for Smoking (Usa, 2005)

Nick Naylor (Aaron Eckhart) è il portavoce della Big Tobacco, l’associazione che raccoglie i produttori di sigarette. Il suo lavoro consiste sostanzialmente nel difendere gli interessi dei fumatori ed in particolar modo delle multinazionali che forniscono loro le sigarette. E’ ovvio che ciò ne fa uno degli uomini più odiati d’America.
Tuttavia Naylor è così dannatamente bravo nel fare quello che fa, da convincere una folla che gli è completamente ostile a salutarlo in uno scroscio di elogi ed applausi. Questa sua perizia, però, rendendolo quasi una celebrità, intacca pesantemente il suo rapporto con l’ex moglie ed in particolare con il figlio.
Tratto dal romanzo ‘Si prega di fumare’ di Christopher Buckley questo film segna l’esordio del giovane Jason Reitman, figlio del più celebre ‘GhostbusterIvan.
Il non ancora trentenne di Montreal firma sia la regia che la sceneggiatura di un film davvero brillante che trova la sua forza soprattutto nei dialoghi, ma anche nell’impatto visivo che, seppur molto pulito, risulta nel complesso gradevole e piacevolmente bilanciato. Chiamando in suo aiuto anche la voce fuoricampo, generalmente espediente noioso, ma stemperato da una incredibile sagacia e da un pizzico di computer grafica (che ricorda un po’ la casa-campionario di Fincher in Fight Club), Reitman coinvolge lo spettatore mettendogli davanti una storia ed un personaggio, pretenzioso e magari anche viscido, ma indiscutibilmente geniale. Apprezzabile il fatto che eviti cali di stile tipicamente americani, suggerendo una morale o lasciando che il pensiero dello spettatore possa prendere una determinata direzione, ma anzi lasciandolo libero di trovare il proprio orientamento nei 92’ lungo i quali si snoda questo percorso di cambiamento.
Tanto per evitarsi il problema delle cause milionarie, sia Reitman che Buckley, hanno optato per non fare esplicitamente i nomi delle multinazionali che vengono presentate nel film (si parla anche di produttori di armi ed alcolici). Ai critici che hanno strenuamente attaccato questa scelta, consiglio di guardare con attenzione questa pellicola e di leggere tra le righe, cosa che fanno molto spesso anche se più per affossare che per innalzare una pellicola. E lo dico perché di trentenni con il coraggio, lo stile e la bravura di Jason ce n’è bisogno. Davvero.

† mercoledì, 21 marzo 2007 ~ link ~ commenti

» " Lasciami almeno questo. "

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Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Usa, 2004)

Diretto da Michel Gondry e sceneggiato da Charlie Kaufman, 'Eternal Sunshine of the Spotless Mind' esce nel 2004 nelle sale italiane con il titolo del tutto inventato: ‘Se mi lasci ti cancello’.
La sfortuna ai botteghini è da tributarsi ai fantasiosi buontemponi che titolando in questa maniera il film hanno finito per svalutarne l’enorme profondità e spessore, dipingendolo (anche nei trailer) come l’ennesima commediola americana. Lo dimostra il fatto che il successo di questa pellicola è avvenuto ‘postumo’, ovvero con l’uscita del DVD a noleggio ed in vendita. In poche settimane, 'Eternal Sunshine of the Spotless Mind' si è imposto come uno dei migliori ‘blockbuster’.
Ulteriore dimostrazione della sua raffinatezza è l’Oscar che Kaufman si è portato a casa per la migliore sceneggiatura, ma a cui già aveva aspirato ricevendo la nomination con ‘Essere John Malkovich’ e ‘Il ladro di orchidee’.
Prima di dedicarsi al cinema, Gondry si è dedicato – con risultati eccellenti – alla regia dei videoclip (tra i tanti gruppi con cui ha collaborato ricordiamo: Lenny Kravitz, Bjork, The Rolling Stones, Massive Attack, Foo Fighters, Daft Punk, The Chemical Brothers, The Withe Stripes, Gary Jules), da qui lo stile visionario e di fortissimo impatto visivo che fa di questo film una vera chicca anche per gli occhi. Ad aiutare le indubbiamente brillanti doti del natio di Versailles è sicuramente il carattere del film che (anticipandovi il meno possibile) ci porta per mano nella dimensione della mente e del ricordo intesi nella loro fisicità e ci trascina in un vortice intricato e non poco disorientante.
A sostenere la parte dei due attori principali appaiono Jim Carrey nel ruolo di Joel e Kate Winslet nel ruolo di Clementine. Ambedue offrono una prestazione eccezionale, anche se a mio avviso, Carrey (anche per il suo ruolo più centrale) vince in espressività e pathos.
Nel complesso un film da non perdere e da guardare fino in fondo. In un solo respiro.

'How happy is the blameless vestal's lot!
The world forgetting, by the world forgot.
Eternal sunshine of the spotless mind!
Each pray'r accepted, and each wish resign'd.'

Alexander Pope

† giovedì, 15 marzo 2007 ~ link ~ commenti

» " Dunque, Clarice, gli agnelli hanno smesso di gridare? "

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Il silenzio degli innocenti (Usa, 1991)


Usa, anni ’90. Clarice Starling (Jodie Foster), una giovane e promettente recluta dell’FBI, viene inviata presso l’ospedale psichiatrico di Baltimora dove deve incontrare il dottor Hannibal Lecter (Sir Anthony Hopkins), uno psichiatra pluriomicida. Il Bureau intende rivolgersi a quest’ultimo per avere informazioni in merito ad un serial killer, noto come Buffalo Bill, che uccide e scuoia giovani donne.
Tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Harris, ‘The silence of the lambs’ è uno dei thriller più avvincenti cui si possa assistere. Acclamato da pubblico e critica, nel 1991 si porta a casa ben cinque statuette: miglior film, migliore regia, miglior attore (Hopkins), miglior attrice (Foster) e miglior sceneggiatura non originale (firmata da Ted Tally).
Il regista, Jonathan Demme, riesce con grande potenza evocativa a farci penetrare, per immagini, in una delle zone da sempre più torbide e affascinanti della mente umana: la lucida follia. Ambedue i ‘pazzi’ che compaiono nella pellicola, sia Buffalo Bill che Hopkins, hanno una struttura psicologica molto ben costruita e rafforzata di minuto in minuto da un crescendo di azioni, sguardi e dialoghi che contribuiscono a mettere insieme uno spettacolo assieme macabro ed attraente.
Alla penna di Harris (che ha conosciuto un precipitoso declino con il sequel ‘Hannibal’ e i due prequel ‘Red Dragon’ e ‘Hannibal Lecter’) va il merito di aver creato uno dei personaggi più efficaci che siano mai apparsi sullo schermo. Indubbiamente intrigante è il personaggio del dottor Lecter, un cannibale colto, raffinato ed intelligente oltre ogni possibile immaginazione, nato per stessa ammissione dello scrittore statunitense dalla fusione dei profili psicologici di alcuni serial killer realmente esisistiti, primo fra tutti Andrei Chikatilo, il famoso mostro di Rostov che imperversò nell’Unione Sovietica ai tempi della Perestrojka.
Alla vena più bestiale del russo (che si scagliava a differenza di Lecter, sui bambini), Harris aggiunge bon ton e stile, oltre ad una enciclopedica cultura umanistica. L’interpretazione di Hopkins avrebbe meritato non uno, ma mille Oscar. Ad oggi quel suo sguardo da dietro il cristallo della sua cella è paragonabile forse solo al ‘lupo cattivo’ del Jack Nicholson di Shining.
Anche la Foster regge magistralmente la parte della campagnola allevata in un collegio di suore gesuite,  coniugando una vena da ‘sempliciotta’ ad una mente acuta e guizzante e riuscendo ad inquadrare il tutto in uno schema morale rigidissimo capace di tratteggiare esclusivamente ‘bene’ e ‘male’.
Meraviglioso il rapporto che si instaura tra i due, che vede il dottor Lecter in una chiave sicuramente pedagogica, ma che tuttavia non lo innalza allo scalino di maestro, invitandolo piuttosto al confronto con questa mente così diversa dalla sua. Dal canto suo la Foster è capace in maniera straordinariamente efficace di far percepire allo spettatore la nuova luce che le parole di Hopkins gettano sui suoi preconcetti e sulla sua mentalità.
Questo duetto, inquietante e delizioso, riempie i 118’ del film senza mai stancare e – contrariamente a quanto si potrebbe pensare – non fa che rafforzare quella che però finisce quasi per essere una trama secondaria: la caccia allo spietato Buffalo Bill.

† martedì, 13 marzo 2007 ~ link ~ commenti

» " E' lecito non vendicarsi? Non vendicarsi avvelena l'animo quanto vendicarsi, se non di più. "

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La rivincita di Natale (Italia, 2003)

Vigilia di Natale 2003. Dopo 17 anni, Franco (Diego Abatantuono), grazie all’aiuto del suocero ormai defunto, è riuscito a rimettere insieme le ricchezze perse attorno al tavolo da gioco. Adesso è un imprenditore di successo, proprietario di due importanti multisala a Milano.
Decide di trascorrere la Notte Santa a casa di alcuni amici, dove, non troppo per caso, entra in contatto con il primario di oncologia dell’ospedale di Bologna. Quest’ultimo sembra conoscere a menadito l’ormai famosa partita dell’86 e racconta a Franco che ha operato l’amico Lele (Alessandro Haber) per un cancro ai polmoni che presto lo porterà nella tomba.
 Capendo che il tempo stringe, Franco si reca a Bologna e contatta tutti coloro che, anni prima, gli confezionarono l’amaro ‘regalo’ di Natale, convincendoli a giocare una nuova partita di poker, la rinvicita.
Un intrigo che, molto più del primo, si tinge di giallo e mette in risalto la bassezza degli uomini, la maggior parte dei quali sono stati consumati dalla vita e dal gioco in tanti anni di sregolatezze e di sconfitte. E’ nuovamente questo desiderio di rivalsa che li porta attorno al tavolo e su questo gioca magistralmente Pupi Avati, firmando uno dei pochi seguiti che quasi supera il capitolo precedente (Regalo di Natale, 1986).
Nuovamente giganteggia sul cast Diego Abatantuono, maturato e ancor più credibile in un Franco ormai cinico e disilluso, sfruttatore ed opportunista. Anche gli altri attori, affiatatissimi, regalano comunque allo spettatore un’interpretazione degna di nota, contribuendo a fare un cinema sempre più raro.
Il titolo illustra chiaramente il contenuto dei 120 minuti, tuttavia se Avati si fosse fermato a raccontarci per immagini la storia di una rivincita, di una ripicca, il film si sarebbe appiattito, svuotato. Invece il regista sceglie di giocare con lo spettatore, ingannandolo con continui rovesciamenti di fronte, cambi di parte in un continuo bluff che non manca di emozionare e sconvolgere. Meticoloso e sregolato. Genio e delicatezza.


† lunedì, 14 agosto 2006 ~ link ~ commenti

» " Erano amici come tanti altri lo erano, ma loro credevano di essere speciali... "

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Regalo di Natale (Italia, 1986)

Vigilia di Natale, 1986. Ugo (Gianni Cavina) decide di organizzare una rempatria con gli amici del passato: Lele (Alessandro Haber) e Stefano (George Eastman). In realtà intende farsi aiutare dai compari a svuotare le tasce del ricco avvocato Santelia (Carlo Delle Piane), giocatore d’azzardo, come gli altri che si ritrovano nella casa di Ugo. Tuttavia, per far sì che il piano funzioni, è necessaria la presenza di Franco (Diego Abatantuono), un tempo migliore amico di Ugo, con il quale ha rotto malamente quando Franco si è accorto della relazione che Ugo aveva con sua moglie.
Grazie all’intervento di Lele, alla fine anche Abatantuono deciderà di sedersi al tavolo verde per partecipare al piano, non tanto per mettere una pietra sopra al passato, ma forse per prendersi una rivincita, anche se scoprirà di non essere il solo...
Il ‘sipario’ si apre con una voce fuoricampo che, accompagnata da uno splendido pianoforte, racconta la storia di Ugo e Franco. Un preludio romantico, quasi dolce, per un film in realtà duro, sprezzante, impietoso.
Un cast straordinario anche se su tutti pesa l’ombra di un Abatantuono che interpreta un uomo turbato e malinconico, desideroso di vendetta e di rivalsa su chi lo ha tradito, in maniera a dir poco strepitosa nonostante ancora il look fosse quello da ‘Ras del quartiere’. Si conferma la bravura di Haber, un Lele complessato ed isterico, alcolista e fumatore incallito in un ruolo che, pur essendo ripetitivo, lo consacra come uno degli interpreti più efficaci attualmente in circolazione. Carlo Delle Piane rinnova la sua bravura in una parte difficile, imperturbabile che esegue meticolosamente, mantenendo forte la suspence fino al finale, crudelissimo.
Quasi inutile commentare la bravura di Avati nel giostrare la macchina da presa attorno al panno: nonostante il set sia statico e quindi si presti ad appiattire una sceneggiatura impeccabile, il regista gioca deliziosamente con le inquadrature. Dall’alto, a mostrarci le mani protese dei giocatori con in pugno le carte ed il mucchio di fiches al centro del tavolo, dal centro, passando in rassegna i volti dei giocatori anticipati dal retro delle loro carte, oppure dalle loro spalle, permettendoci di spiare la loro mano. Altre volte la camera ruota attorno alle spalle dei giocatori oppure si sposta, lontana. Nel complesso il risultato da i brividi, nella maggior parte dei casi sembra quasi di essere presenti alla partita e si fatica a credere che il gioco sia finzione.
In ogni caso la bravura di Avati sta non tanto nella scelta del montaggio e delle inquadrature, quanto nelle motivazioni che attribuisce ai personaggi, spezzando il ritmo serrato del poker con flashback che sottolineano i momenti cruciali della vita di ogni giocatore, spesso i momenti più difficile, più amari, che come spine nel fianco gli diano la forza, lo sprone di mettere sul piatto un’altra posta e un’altra e un’altra ancora.
Avati, rimasto ormai tra i pochi, con la sua carriera fatta di successi e di insuccessi, ma soprattutto di successi, ci ricorda quanto il nostro cinema sia stato e possa ancora essere grande.

† lunedì, 14 agosto 2006 ~ link ~ commenti

» " Perchè sentiamo il bisogno di parlare di puttanate per sentirci più a nostro agio? "

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Pulp Fiction (Usa, 1994)

Pulp Fiction riprende il titolo e le atmosfere dai polizieschi di bassa categoria, dalla letteratura ‘popolare’. E lo fa cucendo tra loro episodi domestici e banali, storie ai limiti dell’assurdo e scene di quotidianità in un mix che sa assieme di paradossale e di commedia-nera.
Credo che la grande innovazione di Quentin Tarantino consti proprio nel fatto che scelga (più che sapientemente) di fermare e quindi di mostrare agli occhi dello spettatore momenti precisi della storia di ogni personaggio; è così che anche il momento più lontano o più scontato, si fa invece importante e vicino a noi. Ci sorprendiamo spesso, durante la proiezione, a parteggiare per personaggi che assolutamente non sono dei ‘buoni’, ma che, nei toni sempre vaghi del pulp, non sono poi nemmeno dei ‘cattivi’. Persone come noi, come tutti. E come tutti sembrano aspettare qualcosa, nel loro blaterare senza posa: dal sistema metrico-decimale, alla qualità del caffè, alle barzellette da quattro soldi. Aspettano il gesto con la G maiuscola, quello che da finalmente la svolta, che cambia le cose, che ti sistema. E questo gesto sembra non arrivare mai, dilatando la drammaticità e alle volte davvero non arriva, oppure arriva quando meno te lo aspetti, colpendo sordo lo spettatore, senza lasciare dolore ma solo un flash e l’emozione.
E’ questa commedia degli equivoci, questo scambio tra personaggi che assolutamente non potrebbero (non dovrebbero) aver niente a che fare tra loro, che sta la grandezza di Tarantino: perché meglio di molti altri rappresenta, pur citando esempi esagerati, lontani e paradossali, questo show idiota che è la vita.

' Questo orologio che ho qui fu visto e acquistato dal tuo grande bisnonno durante la Prima Guerra Mondiale. Fu comprato in un negozio di cianfrusaglie a Knoxville, nel Tennessee, prodotto della prima ditta che abbia mai fatto orologi da polso - fino ad allora si portavano soltanto orologi da taschino. Si, è stato comprato dal valoroso patriota Errayn Cooldige, il giorno in cui si è imbarcato per Parigi. Il tuo bisnonno aveva questo qua durante la guerra: non se n'è mai distaccato fino alla fine dei combattimenti. E dopo aver fatto il suo dovere, tornò a casa dalla tua bisnonna, si tolse l'orologio dal polso, lo mise in un barattolo da caffé ed è lì che è rimasto finché tuo nonno Dane Coolidge non fu chiamato dal suo paese perché andasse di nuovo a servire la patria. E...era la Seconda Guerra Mondiale questa volta. Il tuo bisnonno ha dato quest'orologio a tuo nonno per buona sorte. Sfortunatamente, a Dane è andata peggio che al suo vecchio padre. Lui era un marine ed è rimasto ucciso con tutti gli altri marines nella battaglia di Weing Island. Tuo nonno stava affrontando la morte: lui lo sapeva. Nessuno di loro poteva illudersi che avrebbe mai lasciato quell'isola da vivo. Così, tre giorni prima che i giapponesi prendessero l'isola, tuo nonno chiese a un martelliere addetto all'aviazione, un tale di nome Winacky, un uomo mai visto in vita sua, di consegnare al suo figlioletto - da lui mai visto in carne ed ossa, il suo orologio d'oro. Tre giorni dopo tuo nonno fu ucciso, ma Winacky mantenne la sua parola. Alla fine della guerra, andò a fare visita a tua nonna, per consegnare a tuo padre, il bambino, l'orologio d'oro del suo papà: quest'orologio. Tuo padre l'aveva ancora al polso quando è stato abbattuto sopra Anoyn. L'hanno catturato e messo in un campo di prigionia vietnamita. Sapeva che se quelli avessero visto il suo orologio gliel'avrebbero confiscato, portato via. Per come la vedeva tuo padre, quest'orologio era tuo di diritto, che fosse dannato se quei musi gialli mettevano le mani sui beni di suo figlio. Così l'ha nascosto nel solo posto dove sapeva di poterlo fare: nel sedere, per cinque lunghi anni ha tenuto l'orologio infilato nel sedere. Poi è morto di dissenteria, e mi ha dato l'orologio. Ho nascosto questo pezzo di metallo nel sedere per due anni. Poi, finalmente, sono stato rimandato a casa dalla mia famiglia. Adesso, giovanotto, consegno a te l'orologio. ' (Capt. Koons - Christopher Walken)

† domenica, 13 agosto 2006 ~ link ~ commenti

Il cinema è un altro artificio che mira a costruire realtà alternative alla vita vera, che gli provvede solo il materiale grezzo.
Umberto Eco

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21 grammi
La 25a Ora
I cento passi
Alì
Alla luce del sole
American History X
American Psycho
Amnèsia
Anything Else
Apocalypse Now
Arrivederci amore, ciao
Batman
Blade Runner
Il Cacciatore
Canone Inverso
Cari fottutissimi amici
Carlito's Way
Coffee&Cigarettes
Le conseguenze dell'amore
Crash
Cuore Sacro
Dead Man Walking
Devil's Advocate
I diari della motocicletta
La Dolce Vita
Donnie Brasco
Il Dottor Stranamore
L'esercito delle 12 scimmie
Eternal Sunshine of the Spotless Mind
Le fate ignoranti
Fight Club
La finestra di fronte
Full Metal Jacket
Good night and Good luck
La grande abbuffata
Il grande Lebowski
Hana-Bi
Harry a pezzi
He got game
Hurricane
Le iene
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Il laureato
La leggenda del pianista sull'Oceano
Magnolia
Mare Dentro
Mery per sempre
Million Dollar Baby
Mio fratello è figlio unico
Mi chiamo Sam
Monster
Il nome della rosa
Ogni maledetta domenica
Il Padrino
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Pulp Fiction
Qualcuno volò sul nido del cuculo
Quarto Potere
Quei Bravi Ragazzi
Ragazzi fuori
Regalo di Natale
La rivincita di Natale
Romanzo Criminale
Scarface
Schindler's List
Il segreto del Bosco Vecchio
Il Silenzio degli Innocenti
Sin City
Slevin Lucky Number
The Snatch
I soliti sospetti
Sonatine
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La sposa turca
La stanza del figlio
Taxi Driver
Teorema
Thank you for smoking
Trainspotting
Tutto su mia madre
The Untouchables
L'uomo che non c'era
Viva Zapatero!

'Prima che la società avesse modellato le nostre maniere, i nostri costumi erano rozzi, ma naturali; e la diversità dei comportamenti rivelava al primo sguardo la diversità dei caratteri. Oggi, nei nostri costumi regna una vile e ingannevole uniformità e tutti gli spiriti sembrano usciti dallo stesso stampo. Non si osa più mostrarsi come si è. Così non si saprà mai bene con chi si ha a che fare.' [Rosseau]

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Così è (se vi pare)
Dal Grimorio Nero...
Diario di un idiota
Diary of none
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I buoni non vincono (quasi) MAI
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Il cono di penombra.
In fondo a destra
La vita è un brivido che vola via...
Le ultime parole fumose
Nene idiota con Stile!
Non eri Einstein, non eri niente.
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Caterina Caselli - Insieme a te non ci sto più